Gli Zori
Marzo 26, 2008
Zori (tipica calzatura giapponese)
Gli zori fanno parte dell’abbigliamento classico di ogni giapponese. Una persona educata disporrà sempre i zori accanto a quelli altrui e nel senso dell’uscita. Un maestro giapponese, di cui non dirò il nome, aveva l’abitudine di accettare o rifiutare i nuovi alievi osservando il loro modo di disporre le calzature,o zori, entrando nel dojo.
Anche questo particolare ha la sua importanza strategica: in caso di pericolo gli zori devono essere pronti per poterli infilare immediatamente. Oggi è più che altro un modo per disciplinare la propria mente rispettando un’ antica regola.
La cintura ”Obi”
Marzo 24, 2008
La cintura
In giapponese Obi può essere di vari spessori, ma anche in questo caso si può restare stupiti dall’importanza data a un elemento così semplice che, in fondo, serve soltanto a tenere ferma la giacca. Tuttavia questa cintura ha fatto sognare e cadere più di un animo che si riteneva forte.
Essendo quasi fuori moda il miraggio della cintura nera, gli è succeduto quello della cintura bianca e rossa, e ai nostri giorni, come vent’anni fa, assistiamo ancora alla corsa ai Dan. Non sottovalutiamo, quindi, questo accessorio dell’abbigliamento che, nella vita del Budo, ha fatto cadere più di un praticante!
La cintura non deve essere nè troppo stretta nè troppo larga. Permette di prendere coscienza della forza che è in noi e, di conseguenza, di concentrarla meglio nella zona dell’hara. Il ventre è come la cintura: mai troppo teso nè troppo rilassato. Musashi insiste su questo punto quando scrive:
<< La parte inferiore della schiena non deve mai essere prominente, mettere forza tra le ginocchia e la punta delle dita dei piedi, tendere il ventre per non curvare la zona renale. ” Fissare la chiavetta” , cioè appoggiare bene il ventre sulla guaina della sciabola piccola, per non zavorrare la cintura>>*
(*Miyamoto Musashi, Le livre des cinq roues, Maisonneuve et Larose, p. 42.)
Nella Bibbia e nei testi sacri si fa spesso riferimento al fatto di cingersi i fianchi prima di un duro combattimento. E’ un modo per farsi coraggio prima di una grande proca. Molti sacerdoti orientali usavano la cintura nei rituali magici come strumento per separare il cielo dalla terra, isolandosi così dagli impulsi animali durante l’esecuzione di un rito sacro. Il Budo ha ripreso questa idea. La cintura del principiante è bianca, simboleggia l’ignoranza, la purezza del bambino, che è puro perchè non sa, perchè la sua mente è libera da ogni conoscienza intellettuale e umana. Più tardi, quando avrà conosciuto le basi della disciplina, il praticante porterà la cintura nera, simbolo delle conoscienze acquisite. Questa progressione è suddivisa in vari livelli di ”Dan” e, a seconda del tipo di disciplina, il grado di maestro sarà raggiunto al 5° o al 10° Dan. Quando l’esperto sarà diventato un Maestro, allora potrà indossare di nuovo la cintura bianca, simbolo della conoscienza vera, quella che non proviene dalla memoria o dall’intelletto, ma che emana direttamente dall’anima e dal Sè superiore.
Infine, non dimentikiamo che intorno alla vita si trova un importante meridiano del Ki, che si può estendere a piacere in un cerchio di forza magnetica e protrettrice. La cintura messa bene viene a trovarsi proprio su questo canale eterico.
Sta a ciascuno farne l’uso adeguato.
Bibliografia: Lo spirito del Budo (Michel Coquet)
Il Keikogi
Marzo 24, 2008
Il Keikogi
”Keiko” significa ”allenamento marziale”, ma ha anche un senso filosofico in confronto a ”Renshu”, che è solo allenamento sportivo. L’abito si chiama ”gi” e vale per le differenti discipline: Karate-gi, Judo-gi, ecc.. .
L’abito è un elemento molto utile per mettere un individuo in un altra condizione mentale. Quando ci svestiamo nello spogliatoio, ci togliamoci togliamo dei supporti che ci sono cari e nei quali cerchiamo sicurezza affermando un’identità che il più delle volte imita delle idee lanciate dalla moda, allo scopo di nascondere certe lacune o certe debolezze interiori.
La ”psicologia” del Budo raccomanda di gettare la maschera e di mettere a nudo la propria personalità cosicchè, come in uno specchio, possoamo vederci, con i nostri difetti, i nostri limiti e le nostre possibilità. Indossare il keikogi è un modo per rendersi conto che, sul tatami, le classi sociali scompaiono e tutto ciò che tende a diversificare si annulla. Il carpentiere, il medico, il militare o l’artista sono tutti identici nella loro natura, e nel dojo non vi è distinzione di razza, età o sesso. Tutti sono principianti, tutti hanno la stessa capacità di fare progressi secondo le proprie possibilità, ovvero la stessa opportunità di arrivare a quello che è per loro, a seconda della propria individualità, il punto d’arrivo dell’evoluzione in questa incarnazione. Non importa se alla fine del cammino i risultati non sono identici, perchè nel Budo l’idea madre non è tanto superare il compagno, quanto superare se stessi, e la concorrenza non ha nessuna ragione di esistere. Lo spirito di competizione non può offuscare l’armonia del gruppo, per il semplice motivo che i più forti cercano prima di tutto di aiutare i più deboli.
Il keikogi è di colore bianco (senza nessun tipo di ornamento), a simboleggiare la purezza e la semplicità che il praticante deve possedere. Sarà quindi sempre pulito e curato. Esiste un modo particolare di piegare il proprio keikogi o il proprio hakama: andrebbe imparato perchè è parte integrante del rituale che ha lo scopo di cambiare il nostro modo di essere, nutrendo in cuor nostro quel profondo senso del rispetto e della riconoscienza che spesso precede il vero amore. Lo spirito si accende in noi attraverso diverse qualità come la volontà e l’amore, ma anche con la bellezza, che è l’intelligenza della forma. Alla base della creazione esistono degli archetipi eterici e mentali: ecco perchè stà scritto che ”Dio diede un ordine geometrico” . E’ per ritrovare questa geometria sacra che bisogna fare lo sforzo di essere ordinati (nel saluto e nel lavoro di gruppo), cercare la perfezione del movimento e prestare altrettanta attenzione nel piegare l’abito.
Nello Zen una sola azione armoniosa può provocare l’apertura della coscienza, anche se quest’azione è banale come piegare il proprio keikogi. Naturalmente l’atto non deve essere automatico, ma deve essere eseguito in piena coscienza e con una partecipazione totale del Sè. L’importante e il banale sono concetti mentali, e sorridere davanti a questi consigli significa non essere ancora capaci di vivere elevandosi dalla propria natura inferiore ed umana. Il Maestro diceva spesso che un monaco zen aveva più possibilità di ottenere il ‘’satori” facendo del lavare i piatti un atto d’amore, che facendo ”za-zen” con la speranza di essere migliore dei suoi fratelli.
Tutto sta nella motivazione, e non nell’azione in sè.
Bibliografia: Lo spirito del Budo (Michel Coquet)
Dettagli del Taijutsu
Marzo 24, 2008
Tecniche
Immobilizzazione:
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ikkio
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nikkyo
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sankyo
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yonkyo
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gokyo
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rokkyo
Proiezione:
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irimi nage
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shiho nage
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kote gaeshi
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kokyo nage
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koshi nage
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kaiten nage
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juji nage
Variazioni per tecnica (dove possobili)
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omote (movimento trasversale davanti all’avversario)
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ura (movimento che si sviluppa dietro l’avversario)
Modi per l’iniziativa
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irimi (entrare, prendendo l’iniziativa)
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tenkan (girare, guidando l’iniziativa dell’avversario)
Livelli di pratica e comprensione
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kihon (statico, tecniche meccaniche, studio degli angoli)
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ki no nagare (fluido, dinamico, studio dell’awase)
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oyo waza (tecnica adatta a vari attacchi, studio del’elasticità mentale)
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takemusu aiki (risposta spontanea, del principio attraverso libere forme)