Il Keikogi

Marzo 24, 2008

Il Keikogi

”Keiko” significa ”allenamento marziale”,  ma ha anche un senso filosofico in confronto a ”Renshu”, che è solo allenamento sportivo. L’abito si chiama ”gi” e vale per le differenti discipline: Karate-gi, Judo-gi, ecc.. .
L’abito è un elemento molto utile per mettere un individuo in un altra condizione mentale. Quando ci svestiamo nello spogliatoio, ci togliamoci togliamo dei supporti che ci sono cari e nei quali cerchiamo sicurezza affermando un’identità che il più delle volte imita delle idee lanciate dalla moda, allo scopo di nascondere certe lacune o certe debolezze interiori.
La ”psicologia” del Budo raccomanda di gettare la maschera e di mettere a nudo la propria personalità cosicchè, come in uno specchio, possoamo vederci, con i nostri difetti, i nostri limiti e le nostre possibilità. Indossare il keikogi è un modo per rendersi conto che, sul tatami, le classi sociali scompaiono e tutto ciò che tende a diversificare si annulla. Il carpentiere, il medico, il militare o l’artista sono tutti identici nella loro natura, e nel dojo non vi è distinzione di razza, età o sesso. Tutti sono principianti, tutti hanno la stessa capacità di fare progressi secondo le proprie possibilità, ovvero la stessa opportunità di arrivare a quello che è per loro, a seconda della propria individualità, il punto d’arrivo dell’evoluzione in questa incarnazione. Non importa  se alla fine del cammino i risultati non sono identici,  perchè nel Budo l’idea madre non è tanto superare il compagno, quanto superare se stessi, e la concorrenza non ha nessuna ragione di esistere. Lo spirito di competizione non può offuscare l’armonia del gruppo, per il semplice motivo che i più forti cercano prima di tutto di aiutare i più deboli.
Il keikogi è di colore bianco (senza nessun tipo di ornamento), a simboleggiare la purezza e la semplicità che il praticante deve possedere. Sarà quindi sempre pulito e curato. Esiste un modo particolare di piegare il proprio keikogi o il proprio hakama: andrebbe imparato perchè è parte integrante del rituale che ha lo scopo di cambiare il nostro modo di essere, nutrendo in cuor nostro quel profondo senso del rispetto e della riconoscienza che spesso precede il vero amore. Lo spirito si accende in noi attraverso diverse qualità come la volontà e l’amore, ma anche con la bellezza, che è l’intelligenza della forma. Alla base della creazione esistono degli archetipi eterici e mentali: ecco perchè stà scritto che ”Dio diede un ordine geometrico” . E’ per ritrovare questa geometria sacra che bisogna fare lo sforzo di essere ordinati (nel saluto e nel lavoro di gruppo), cercare la perfezione del movimento e prestare altrettanta attenzione nel piegare l’abito.
Nello Zen una sola azione armoniosa può provocare l’apertura della coscienza, anche se quest’azione è banale come piegare il proprio keikogi. Naturalmente l’atto non deve essere automatico, ma deve essere eseguito in piena coscienza e con una partecipazione totale del Sè. L’importante e il banale sono concetti mentali, e sorridere davanti a questi consigli significa non essere ancora capaci di vivere elevandosi dalla propria natura inferiore ed umana. Il Maestro diceva spesso che un monaco zen aveva più possibilità di ottenere il ‘’satori” facendo del lavare i piatti un atto d’amore, che facendo ”za-zen” con la speranza di essere migliore dei suoi fratelli.
Tutto sta nella motivazione, e non nell’azione in sè.

Bibliografia: Lo spirito del Budo (Michel Coquet)

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